Memoria

28 gennaio 2011

..direi che si commenta da sola!

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Bosnia 1997

3 dicembre 2008

Cimitero a Sarajevo

Nel 1997, a due anni dalla fine della guerra nei Balcani, feci il mio primo viaggio in quei paesi in cui le tracce dell’ondata di violenza che era appena passata lasciavano senza parole.
Mi colpirono molto, alcune immagini. Tombe di ragazzi giovanissimi, avevano magari la mia età, 19 anni..
Case bombardate, muri mitragliati, paesi interi abitati ormai solo da desolazione e silenzio…
E scrissi queste righe. Non ridete, so bene di non essere una poetessa. Ma sono sensazioni, immagini, odori ancora forti in me.

Che non voglio dimenticare.

Finestre,
come azzurri occhi trasparenti,
scandisono il silenzio
e battono all’impazzata
il ritmo della morte.
Oltre le pietre, il cielo
e non un respiro,
non un movimento
spezza il dolore immobile.
Non un incantesimo
ha arrestato lo scorrere del tempo,
ma l’odio antico
scagliato contro chi ora
riposa in una tomba diversa.
E tu, figlio della giustizia,
nascoste le membra sotto un terreno straniero,
racconti al mondo innocente
cosa portò i tuoi vent’anni
a conoscere l’odore della guerra
mentre lontano una madre si chiedeva
quale fosse il colore del tuo cielo.
Resti lì,
e non odi più gli spari,
solo sul ciglio di un asfalto
che ha visto correre assassini
– ha veduto e ha taciuto,
come tanti, come loro –
non c’è uomo che raccolga sassi
non c’è vita per chi è ormai altrove.
Sulla pietra, verso il cielo,
simboli dell’odio vano.
Sulla terra, come neve,
bianche croci senza nome
fermano il vento
perchè le bagni col suo pianto.


Guatemala Nunca más

28 novembre 2008

Post un pò lungo, ma a proposito della cena di beneficenza per il Guatemala che stiamo organizzando per domani sera, visto che anni fa ci sono stata e da quel viaggio è nata l’idea della mia tesi, in cui si parla delle violazioni dei diritti umani in questo paese durante i 36 anni di repressione, sono andata a recuperarla e ve ne riporto un pezzetto..

“Con lo scoppio del conflitto armato nel 1962 per il Guatemala iniziò una fase particolarmente tragica e devastante della sua storia, una fase di sofferenza e di perdite enormi in termini di vite umane, ma anche perdite materiali, istituzionali e morali. Per 36 anni il paese visse un periodo segnato dalla repressione politica, sociale e militare, devastato dai sequestri, dalle sparizioni, dalle torture, dalla violenza come sistema di governo, dallo sterminio della popolazione civile ad opera di un esercito addestrato negli Stati Uniti alle più sofisticate tecniche di repressione.
Poi la crescente pressione internazionale portò, nel 1990, alla firma del Primo Accordo che stabiliva le basi per i negoziati di pace tra il governo e l’URNG (Unione Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca). Il conflitto interno lasciava dietro di sé oltre cinquantamila vittime, di cui il 90% civili non combattenti uccisi dall’Esercito ufficiale al fine di eliminare ogni traccia di opposizione organizzata e ridurre al silenzio soprattutto le comunità indigene, che costituiscono i due terzi della popolazione guatemalteca, e sono costretti a vivere in una situazione di costante emarginazione, spoliazione di beni materiali, terra e cultura, e di oppressione da parte del sistema politico ed economico.
Nel lungo periodo di negoziati tra le parti, il tema del chiarimento storico risultò essere uno dei più problematici e discussi.
Uno degli accordi principali in questa direzione venne firmato ad Oslo il 23 giugno 1994. I negoziatori gli diedero un nome lunghissimo: Acuerdo sobre el Establecimiento de la Comisión para el Esclarecimiento Histórico de las Violaciones los Derechos Humanos y los Hechos de Violencia que han causado Sufrimiento a la Población Guatemalteca (Accordo sulla costituzione della Commissione per il chiarimento storico delle violazioni dei diritti umani e dei fatti di violenza che hanno causato sofferenza alla popolazione guatemalteca).
Nello spirito di tale accordo era contemplato il chiarimento della verità su quanto era accaduto in Guatemala durante gli anni della guerriglia, e la misura e l’intensità della responsabilità delle diverse parti del conflitto. Venne quindi creata la CEH (Comisión para el Esclarecimiento Histórico) che avrebbe avuto il compito non di giudicare, ma di gettar luce in modo il più possibile obiettivo ed imparziale sulle violazioni dei diritti umani commesse in Guatemala durante i tre decenni del conflitto armato.
Questo passo fu considerato un’opportunità per la popolazione di conoscere la realtà della propria storia, ma tuttavia in quel momento venne vissuto come un impegno molto arduo e di difficile realizzazione per diversi motivi, tra i quali la poca disponibilità di tempo concessa alla commissione (sei mesi), e le condizioni di divisione e distruzione della società, all’interno della quale erano ancora presenti troppi abissi politici, ideologici, linguistici, culturali, che convivevano con un profondo sentimento di paura e terrore, che costringeva le comunità a continuare a vivere nel silenzio. Inoltre l’Accordo aveva fissato dei limiti non indifferenti: non sarebbero state indicate responsabilità individuali, e il rapporto non avrebbe avuto effetti giudiziari.
I presupposti non erano quindi i migliori per alimentare le speranze che la Commissione sarebbe riuscita a smuovere il muro d’impunità e a fare chiarezza su quanto era accaduto durante i 36 anni del conflitto armato, costringendo i colpevoli ad ammettere le proprie responsabilità.
All’interno dell’Ufficio per i Diritti Umani di Città del Guatemala (ODHAG) quindi, alcuni dirigenti cominciarono a pensare che fosse necessario dare un contributo al lavoro della Commissione mettendo a disposizione i propri archivi e preparando degli studi sulla violenza politica.
Il coordinatore dell’Ufficio, il vescovo Juan Gerardi Conedera, avanzò la proposta di anticipare addirittura il lavoro della Commissione, e nel giro di poco tempo presentò la bozza del progetto di un lavoro della Chiesa per documentare gli episodi della guerra che venne presentato alla CEG (Conferencia Episcopal de Guatemala). La conferenza dei vescovi accettò e nei mesi che seguirono iniziarono i preparativi per la realizzazione del progetto, che venne chiamato REMHI, Recuperación de la Memoria Histórica (Recupero della Memoria Storica).
Lo scopo di questo lavoro era quello di arrivare a conoscere in profondità la sofferenza delle comunità, creando così un rapporto di confidenza tra gli operatori della Chiesa e le singole persone colpite dalla violenza, contribuendo alla costruzione di una piattaforma per facilitare il lavoro di indagini della futura Commissione per la Verità. Il REMHI raggiunse risultati insperati nel processo di riconciliazione e di recupero della memoria, rivelandosi un prezioso strumento per la ricostruzione del tessuto sociale disintegrato dai lunghi anni di violenza.
Dalle testimonianze raccolte emerse non solo la sofferenza per la morte o la sparizione di una persona cara, ma soprattutto il dolore di non sapere in che modo essa fosse stata uccisa e che fine avesse fatto il suo corpo; dover accettare questa sofferenza senza potersi opporre aveva logorato gli animi e offeso la loro dignità di esseri umani. Recuperare la memoria dei propri morti significava quindi rappacificarsi con il passato, poter affrontare il presente senza tormento e poter guardare al futuro con speranza.
Parlare si rivelò quindi un modo per cominciare a risanare le ferite. Condividere il dolore era una forma di dare e ricevere solidarietà e comprensione, una possibilità di sfogo per le vittime, ma lo fu anche per alcuni persecutori, che manifestarono il desiderio di prendere parte alla raccolta di testimonianze per liberarsi dai rimorsi di coscienza, pentirsi, essere perdonati.
Il lavoro del progetto REMHI andò quindi molto oltre le aspettative, raccogliendo migliaia di testimonianze che non fu possibile inserire per intero nel Rapporto, ma che costituirono indubbiamente un fondamentale punto di partenza per il recupero della dignità delle vittime e allo stesso tempo un importante strumento per contribuire a portare a galla la verità su quello che avvenne in Guatemala durante gli anni di repressione e di violenza”.

La promesa es que el lenguaje ha reconocido,

ha dado cobijo,

a la experiencia que lo necesitaba,

que lo pedía a gritos.

 

John Berger  


Disarmo? sì, grazie!

28 ottobre 2008

Siamo nella settimana Onu del Disarmo, promossa dalle Nazioni Unite per favorire la comprensione pubblica del disarmo come scelta di fondo.

A questo proposito, tra le buone notizie di Peacereporter ho letto che il 3 dicembre ad Oslo i governi dei 42 paesi africani firmeranno il trattato contro le cluster bombs, o bombe a grappolo.

L’accordo, raggiunto a fine maggio a Dublino, obbliga i paesi firmatari a NON:
– usare munizioni cluster;
– produrre, acquistare, commercializzare, stoccare, trasferire direttamente o indirettamente munizioni cluster;
– assistere o incoraggiare chiunque a intrattenere attività proibite dall’accordo con un altro Stato membro della convenzione.

Secondo gli accordi, i Paesi dovranno procedere alla distruzione dei loro arsenali di munizioni cluster entro otto anni dalla firma dell’accordo.

Da leggere per saperne di più:
L’Africa contro le bombe a grappolo
Mine, il rovescio della medaglia
Campagna italiana contro le mine
Trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine antiuomo


Arrestato il poeta criminale

22 luglio 2008

Direi che la notizia è degna di nota: il criminale di guerra serbo Radovan Karadžić, ricercato da oltre 12 anni, è stato finalmente arrestato a Belgrado.
Accusato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja di genocidio, crimini contro l’umanità e violazione delle convenzioni di guerra, è ritenuto responsabile anche del
massacro di Srebrenica.

Per i paesi dell’ex Jugoslavia martoriati per anni dalla guerra e dalle sue conseguenze, ed in particolare per la Bosnia-Herzegovina, oggi è sicuramente un giorno importante, in cui il mondo appare un pò migliore di quello che era ieri, e la speranza di giustizia contro l’impunità dei criminali di guerra torna a vivere.
Leggete
questo articolo su Osservatorio Balcani, portale di informazione sui temi della pace e della ricostruzione nei paesi dell’area balcanica.

Anche per me, che tante storie ho sentito raccontare, anche dal vivo, su quella guerra, è una notizia che riaccende la speranza in un futuro migliore per quella terra.
Nella foto, una famiglia alla finestra nel campo profughi di Sisak, in Croazia, durante un campo di animazione d
el Settore Emergenze della Caritas di Genova.


bimbi alla finestra di una baracca di Sisak